Era l’agosto dell’88, quando mia nonna mi diede la cartolina inviata dai miei genitori partiti per il viaggio estivo: raffigurava il Palazzo dei Venti a Jaipur.

Avevo 4 anni, ma non potrò mai dimenticare lo stupore nel vedere quel meraviglioso palazzo, pieno di piccole finestre colorate che nascondevano chissà quale segreto!

Non avevo mai visto un palazzo così, era totalmente diverso rispetto alle case basse della mia Sicilia, diverso dai villaggi Valtur dove mamma e papà ci portavano d’estate. Diverso da casa di nonna, da Messina.

Appena i miei genitori tornarono dal viaggio, mamma mi disse che le donne, in India, non potevano mostrarsi in pubblico per motivi religiosi e culturali, ma che, da dietro quelle piccole finestre, osservavano senza essere viste. Non disse altro, ero troppo piccola, ma mi rimase il ricordo di quelle giovani donne nascoste dietro bellissime finestre colorate.

Decisi che avrei voluto vederlo anche io, prima o poi, quel meraviglioso palazzo.

Esattamente 30 anni dopo quella cartolina, mi sono imbarcata nel viaggio più bello della mia vita. Desiderato, voluto, sognato come nessun’altro posto al mondo.

L’India mi ha rubato un pezzo di cuore, che prima o poi andrò a riprendermi.

Io e Cristiana siamo partite il 23 marzo da Roma, con un volo Air India e tantissime aspettative: il viaggio era stato organizzato insieme a una fantastica tour operator napoletana con base a Delhi, Susanna.

Già arrivate a Delhi, abbiamo avuto modo di testare l’invidiabile clima del paese: afa, caldo e zanzarine. Avevamo la coincidenza per Jodhpur, avremmo visitato Delhi alla fine del nostro viaggio, io ero impaziente di vedere l’India del mio immaginario: il Rajasthan e l’Uttar Pradesh.

Visitare il Rajasthan significa vedere i colori, nel vero senso della parola. 

Ci si rende conto di non aver mai, mai nella vita, visto un fucsia così fucsia, un rosso così rosso. Di non aver mai visto dei sorrisi così belli, così dolci.

I colori e i sorrisi sono l’India, su tutto.

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Una donna al mercato di Jaipur

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Il bellissimo sorriso di una ragazza a Jaipur

Una cosa, prima di iniziare il mio racconto, ci tengo a dirvela: le foto di questo articolo non sono ritoccate, non hanno visto neanche per un secondo la post produzione.

I colori, in India, sono così come li vedete, accecanti.

A Jodhpur abbiamo conosciuto il driver che ci avrebbe scorrazzato per mezzo nord del paese. Abbiamo scelto di viaggiare in macchina perché non volevamo perdere neanche un attimo ad attendere un qualsivoglia mezzo che ci portasse chissà dove.

In India il tempo è un po’ come in Sicilia, relativo, e bisogna sfruttarlo al secondo.

Il nostro viaggio è iniziato dalla città blu e dal Forte di Meghrangarh, una bellissima fortificazione che domina tutta la città e che vi darà un assaggio della pazzesca arte indiana dell’intarsio (che ha il suo culmine nel Taj Mahal). Le pareti del palazzo sono fatte di pietra intarsiata che sembra quasi legno, una magia.

A guardia del palazzo, ci sono le guardie del Maharajah, vestite di bianco con fantastici turbanti colorati: sembra stiano lì per essere fotografati. Dall’alto della torre, si gode di una vista mozzafiato della città blu.

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Una guardia del palazzo del Maharajah

Su una collina vicina, c’è il bellissimo JaswantThada, un mausoleo che fu costruito per la sepoltura dei regnanti: per accedere bisogna levarsi le scarpe in segno di rispetto ma ci penserà la guardia a tenerle da parte per voi, dietro una piccola mancia (in India, lasciare le mance è normale, non esagerate e di lasciatele solo se il servizio vi ha soddisfatto).

Il mausoleo è una di quelle costruzioni che vi farà capire perché l’India è un posto magico! Completamente costruito in marmo bianco intarsiato, con le sue zone d’ombra e le ampie scale, è meta di visitatori (soprattutto indiani) tutti i mesi dell’anno.

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Una ragazzina indiana in visita al mausoleo

Nel centro del paese, trovate il mercato Sardar e la torre dell’orologio che campeggia al centro.

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Venditrice di verdura al mercato

Questo è il primo dei numerosi mercati che troverete in India, comprate ma non lasciatevi sedurre da tutto ciò che trovate! A tal proposito, se prendete una guida sappiate che in India è usanza che le guide abbiano delle “commissioni” dai commercianti presso cui vi portano a fare shopping. I prezzi, quindi, saranno inevitabilmente più alti (anche perché siete turisti!). Per evitare questo, contrattate molto (io non sono brava, ma ci pensava Cristiana che l’arte del contrattare ce l’ha nel sangue) ed entrate nei negozi che scegliete voi, buttando sempre un occhio se la vostra guida si mette d’accordo o meno con il proprietario (quasi sempre!).

La prima notte l’abbiamo passata (divinamente) al Ratan Vilas, una incantevole ex residenza di Maharajah con piscina e un ristorante nel patio davvero delizioso.

L’indomani, con il nostro driver siamo partite per Pushkar: circa 200 km di meravigliosa India da scoprire a 50 km orari!

Ci abbiamo impiegato circa 4 ore ma è stata senza dubbio la parte più bella del viaggio.

In India, infatti, esiste una sola strada principale che a volte è sterrata, a volte a due corsie, ma che il più delle volte passa in mezzo a villaggi bellissimi e a campagne che possono rivelarsi luoghi perfetti per scorgere le antilopi o feste come questa!

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Una festa in onore di una divinità

Arrivate a Pushkar abbiamo scoperto una piccolissima cittadina famosa per due motivi: a novembre c’è la fiera dei cammelli più famosa dell’India e al centro del paese c’è l’unico tempio esistente dedicato al dio creatore Brahma.

A proposito delle divinità, l’India conta più di 300.000 divinità, ma le più “famose” e venerate sono 3: Brahma, Vishnu e Krishna. Poi c’è Ganesh (il mio preferito), ma è una storia a parte che vi racconterò dopo!

Brahma è il creatore del bene, Vishnu è il preservatore e Krishna è il distruttore del male affinché il bene resista. Se andate in India e volete (come tutti) comprare un elefante, sappiate che, nonostante sia uno dei simboli indiani per eccellenza, in realtà non è una divinità. Eh sì, trecentomila divinità e l’elefante viene escluso!

A Pushkar abbiamo fatto fantastici acquisti perché nella strada verso il tempio c’è un mercato poco battuto dai turisti e quindi si fanno buoni affari (borsette da paura!).

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I colori del mercato di Jaipur

La sera, ci siamo rifugiate al Pushkar Resort, abbiamo fatto un fantastico massaggio e cenato nel parco del resort. Per quanto riguarda gli hotel, abbiamo fatto una scelta di campo: abbiamo ritenuto necessario avere letti comodi e una doccia, essere coccolate come solo in India sanno fare. Non solo perché era fondamentale per noi riposarci per affrontare il giorno seguente alla grande, ma anche perché l’India è il Paese dell’accoglienza per eccellenza ed è stato bellissimo comprenderne le usanze.

La mattina dopo, di buona lena, ci siamo messe in macchina in direzione Jaipur, la “città rosa”. Sulla strada, il tempio di Galta Ji (ovvero il tempio delle scimmie) si è rivelato una fantastica scoperta. All’inizio eravamo titubanti, ma poi, dopo rassicurazioni varie sull’igiene, è finita così che le scimmiette me le sarei portate a casa!

Il tempio è una meravigliosa oasi di pace all’interno della quale uomini e donne vanno a bagnarsi nella piscina e a pregare. Possono vivere al suo interno solo i brahamini (uomini) ma i visitatori sono quotidiani e per lo più indiani (noi eravamo le uniche turiste!). All’ingresso del complesso ci sono delle guide che, se volete, potranno accompagnarvi e spiegarvi la struttura del tempio, sempre dietro classica mancia: accordatevi prima e tirate un pò sul prezzo. Alcune guide parlano anche italiano.

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Una mamma con il figlio a Galla Ji

Arrivate a Jaipur, abbiamo visitato il bellissimo giardino di Jawahar Circle: volte affrescate all’interno di una struttura aperta a ingresso libero in un bel parco.

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I coloratissimi interni del Jawahar Circle

Abbiamo pernottato allo Shahapura House, anche questa una ex residenza di Maharajah. In India, queste residenze hanno una categoria assestante, vengono, infatti, definite “Heritage”: ve le consiglio davvero perché ne vale la pena, alcune sono fantastiche!

Distrutte dalla pienissima giornata, abbiamo fatto un bagno in piscina, preso una birra nel giardino e cenato sulla terrazza dell’hotel da cui si gode di una bellissima vista sulla città.

Io avevo bisogno di riposo: l’indomani avrei visto, finalmente, il Palazzo dei Venti.

La mattina dopo, molto presto, la nostra guida ci ha recuperate in hotel per portarci a vedere (solo da fuori, all’interno è vuoto) il Palazzo dei Venti.

Dal vivo è mozzafiato, anche se non ci si aspetta che sia inserito in un contesto così “urbano”. Con le prime luci del mattino il palazzo assume una colorazione chiara, che cambia radicalmente se, invece, lo si vede nel pomeriggio, quando si scorgono anche le finestre colorate (che la mattina, per via del sole, non si notano bene).

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Il palazzo dei venti di Jaipur, rosa alle prime luci del mattino

Io vi consiglio di vederlo in entrambi i momenti perché il suo aspetto cambia molto.

Siamo poi partite alla volta del Forte di Amber, dove si arriva (se volete) a dorso degli elefanti. La salita è stata davvero divertente (a parte gli sputi degli elefanti) ma non vi nascondo che giunte in cima ci siamo sentite molto in colpa per quei poveri animali visto il sole cocente e le temperature molto alte (Susanna, però, ci ha rassicurato sul fatto che gli elefanti vengono ben accuditi e  sonoprotetti).

Il forte di Amber è un’immensa costruzione che vi lascerà di stucco: piena di intarsi e intagli, giardini e sale del trono. All’interno vedrete il City Palace, dove ancora vivono i reali di Jaipur e degli incantevoli giardini.

La seconda sera in Jaipur, abbiamo deciso di concederci il lusso di mangiare al ristorante à la carte dell’Oberoi.

Si tratta di una catena molto nota in India, di gran lusso, che a Jaipur ha messo su un complesso così ampio che per muoversi ti vengono a prendere con la golf car!

In India, troverete spesso i ristoranti che offrono il buffet e quelli in cui si ordina à la carte. I buffet possono essere convenienti perché si assaggiano infinite varietà di piatti indiani di buona qualità, per chi ama il genere. Noi abbiamo preferito i ristoranti in cui potevamo assaggiare le prelibatezze degli chef e che, di solito, sono molto più cari.

Ogni hotel di lusso (dalle 4* heritage in su) ha un suo ristorante, spesso di gran classe e sul rooftop e vale la pena provarne qualcuno. Avrete modo di sperimentare la cucina di strada (se vorrete) a pranzo.

In India non si può ordinare un cocktail dappertutto: chiedete all’hotel se usano acqua filtrata e depurata per fare il ghiaccio, altrimenti, visto che la loro acqua non è potabile (neanche negli hotel di lusso è consigliabile lavarsi i denti con l’acqua corrente) vi sconsiglio di ordinarne.

Hanno un’ottima birra, mentre il vino non solo non è prodotto (tranne che da una o due cantine in tutto il Paese), ma costa anche un occhio della testa.

L’Oberoi, comunque, è uno di quei posti in cui puoi mangiare anche la verdura cruda, quindi Cristiana ed io ci abbiamo dato dentro a bere, tanto poi guidava Uber.

Ecco, a questo proposito, Uber è un servizio molto usato in India, vi consiglio quello più costoso (ne esistono di tre tipi) perché comunque è molto economico ma affidabilissimo. Dopo le 22 non è consigliabile che due donne sole girino per la città (è anche una questione religiosa, oltre che di sicurezza) ma con Uber noi ci siamo sentite davvero al sicuro. L’albergo è un po’ fuori al centro di Jaipur, ma vi assicuro che ne vale davvero la pena!

L’indomani, ristorate da un’ottima cena, siamo partite in direzione Agra e nel tragitto ci siamo fermate ad Abhaneri, un meraviglioso pozzo per l’approvvigionamento idrico composto da più di 3500 gradini.

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L’antico pozzo di Abhaneri

Anche qui, abbiamo trovato molti turisti indiani e un bel mercatino fuori dal pozzo. Proseguendo siamo arrivate a Fatehpur Sikri, un tempo sede della Corte imperiale, poi abbandonata per mancanza d’acqua.

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Due ragazze indiane in sari, intente a farsi un selfie

Qui c’è un tempio bellissimo e tantissimi bimbi che frequentano la scuola al suo interno: io avevo portato con me dall’Italia penne, matite ed evidenziatori, il risultato è stato che dopo circa 10 minuti mi sono trovata piena di bimbi che mi chiedevano le penne: è stata una scena così dolce che non la dimenticherò mai più.

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Due bellissimi bambini, appena usciti dal tempio

Il nostro viaggio è continuato sino ad Agra, la città del Taj Mahal.

Agra è dominata da un maestoso Forte, costruito interamente in arenaria rossa: ricorda vagamente il forte di Meghrangarh, anche se molto più grande. Purtroppo, alcune parti sono chiuse alle visite perché vi ha sede dell’esercito indiano. Diciamo che questo forte è una delle cose che mi ha colpito meno, forse anche perché lì c’era davvero un’altissima concentrazione di turisti europei. Quello che, però, il forte vi dà è un primo, fantastico, assaggio del Taj Mahal che troneggia in tutta la sua bellezza davanti al forte e che potrete vedere attraverso le finestre del Forte.

La sera è stata dedicata a un po’ di sano relax, il nostro hotel (Radisson Blu Agra) ci ha permesso di gustare un aperitivo a bordo piscina (a sfioro, con vista sul Taj Mahal!!!) e di rimanere fino a tarda sera a godere della splendida vista. Abbiamo anche fatto il bagno!

L’indomani, sveglia prima dell’alba perché la visita al Taj Mahal è bene farla prima che il sole sia sorto. Credevo fosse una leggenda ma, in realtà, la giusta luce è in grado di cambiare completamente l’aspetto del Taj. Siamo entrate, dopo un bel po’ di fila (vi consiglio di dividervi: una fa la fila, l’altra i biglietti), e ci siamo trovate davanti questa costruzione pazzesca che è il Taj.

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Il Taj Mahal alle prime luci dell’alba

Io mi sono davvero commossa. Una simile sensazione l’ho provata solo davanti a Machu Picchu.

La visita è più interessante all’esterno che all’interno (dove, purtroppo, abbiamo trovato molta sporcizia), ma la storia che sta alla base della costruzione di questo mausoleo vi farà dimenticare di tutto. Un amore così profondo da attraversare i secoli.

Più il tempo passa e più turisti entrano, più sale il sole più il Taj diventa rosa.

Alle 8.30, nulla rimarrà del bianco marmo che avete visto quando siete entrate: il cambiamento è fenomenale.

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L’alba dietro il Taj Mahal

Vicino al Taj, ma dall’altra sponda del fiume, c’è il così detto Baby Taj, i cui giardini sono davvero molto belli.

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Il fiume che si vede dal retro del Taj Mahal

Dopo la visita del Taj Mahal, siamo montate in macchina e il nostro driver ci ha riportate a Delhi, dove ci aspettava un aereo per Varanasi: altra tappa per me fondamentale.

Sono cambiate tantissime cose nei 30 anni di differenza tra il viaggio dei miei genitori e il mio, è migliorata anche Varanasi e le condizioni delle persone che vanno a morire nel fiume sacro. Non c’è più così tanta gente malata di lebbra come nelle foto di papà ma la condizione di povertà è estrema, molto di più di qualsiasi villaggio indiano avessimo attraversato durante il nostro tour.

Ci avevano trovato un delizioso albergo sulle sponde del Gange, una guest house. Abbiamo anche avuto qualche problemino con l’aria condizionata, ma il fascino delle rive del Gange viste dalla terrazza sovrastante la struttura era inimitabile. Così tanto che sono uscita in piena notte e in pigiama per fare alcune foto.

Altra sveglia all’alba, per la cerimonia delle abluzioni sul Gange: un posto pazzesco. Fiumi di gente, migliaia di persone che invadono le strade all’alba per andare sulle rive del fiume a lavarsi o a partecipare alla preghiera.

Collane di fiori ovunque, candele, incensi e canti sommessi si univano a poveri bimbi che dormivano per terra o a mendicanti con indosso solo uno straccio. La visione, qui, è di una realtà durissima, di una condizione di povertà inimmaginabile per un occidentale: se non siete forti di cuore, evitate di andarci.

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L’alba sul Gange

Abbiamo visto la cerimonia delle abluzioni da una barca: la guida ci ha spiegato come non fosse consentito fotografare le donne intente a lavarsi, mentre il medesimo divieto non esiste per gli uomini.

Sul Gange sporgono i così detti “ghat” ovvero grandi scalinate che, dalla strada, scendono sino in acqua. Esiste il ghat dedicato alla meditazione, quello riservato alle abluzioni degli uomini o delle donne, quello in cui si lavano i panni (le guest house lavano i panni nel gange!), di Shiva e così via.

Il giro passa anche davanti ai ghat dedicati alle cerimonie funebri. Lì, dove è vietato fotografare, si può assistere (anche da terra e non solo dalla barca) alla cerimonia della cremazione, della preghiera e, infine, dello spargimento delle ceneri nel Gange.

Vedrete che il fiume è pieno di piccoli lumini contornati da fiori: quelle sono puja, preghiere, offerte votive.

Il Gange, però, è anche vita, porta bene, e vedrete quindi persino ragazze che nuotano allegramente!

Dopo aver visitato la città e i suoi fantastici templi e aver scoperto che è anche un centro universitario molto famoso (ha una città universitaria invidiabile), siamo tornate sul Gange per la cerimonia serale dell’Aarti. In prima fila, sedute su una barca ormeggiata abbiamo assistito a uno spettacolare rito di preghiera messo in pratica dai Brahimi, con un turbinio di luci, candele, suoni e odori indescrivibile.

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La preghiera serale sul Gange

La serata è stata interrotta da una quasi bufera di vento che ci ha costretto a rifugiarci nel mercato retrostante in cerca di un Ganesh (o Ganesha).

A tal proposito, vi avevo promesso una storia su Ganesh.

Lui è un uomo con la testa di elefante, simbolo di prosperità e di cose buone, è il dio del buon auspicio. Mia sorella, appassionata di cose strane, mi ha chiesto di portarle una statuina di Ganesh: la trovai a Pushkar, la misi in una bustina e, a Jaipur, mi cadde e si ruppe un pezzo di zanna.

Nemmeno ve le dico, le conseguenze nefaste che la mia mente ha immaginato, complice anche tutta quella spiritualità che respiravo da giorni, ho finito per immaginarmi il peggio per me e per i miei cari. Ho interpellato tutti gli indiani intorno a me, e il suggerimento è stato univoco: gettare Ganesh in un corso d’acqua, chiedendo perdono per il male fatto.

Quale corso d’acqua sarebbe stato meglio del Gange? Ho, quindi, portato la mia statuina rotta in giro per tutta l’India, fino a che non l’ho gettata nel fiume sacro, chiedendole scusa, of course!

L’ho, quindi, ricomprata a Varanasi, conservandola tra i miei mille vestiti per evitare che si rompesse di nuovo!

Il giorno dopo, siamo rientrate a Delhi e al cielo inquinato tipico dell’India “moderna”. Vi dico solo che credevo ci fosse una tempesta di sabbia e la guida mi ha detto che era solo smog!

Ultimo giorno, ultima città: Delhi è molto più bella di quanto credessi. Quasi una città europea, molto inglese (per via della dominazione) con palazzetti nel verde e stradoni larghi, per lo meno Nuova Delhi. Delhi vecchia, invece, è bellissima ed è indiana al 100%.

Vi consiglio di restare almeno due giorni interi, perché è davvero piena di cose che vale la pena vedere.

L’aereo che ci ha riportate indietro ci è sembrato terribilmente scomodo, non abbiamo chiuso occhio ed eravamo inquiete: l’India ci era rimasta dentro.

L’India e i suoi abitanti sembrano vivere in una totale pace con sé stessi, con il mondo circostante: ti guardano, ti sorridono, ti salutano e tu ti senti, improvvisamente, in pace con te stessa. Ho scoperto che l’Hinduismo è una religione di cuore, che ti invita a essere felice per quello che la vita ti ha concesso, anche se è poco, anche se dormi per terra, anche se hai pochi soldi, hai la vita, hai la famiglia e hai gli amici. L’India e l’hinduismo ti insegnano che il troppo non serve, che abbiamo tutto quello che ci serve per essere felici.

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Un venditore di sgabelli a Jaipur

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L’autista di un tuk-tuk

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L’autista di un risciò

Alcuni tips:

  • Le file sono sempre divise: uomini da un lato, donne dall’altro. Cercate di inquadrare subito la vostra per evitare di perdere tempo nella fila sbagliata.
  • Le mance vi sembreranno sempre misere, ma ricordate che per quanto il cambio sia favorevole le mance sono più o meno stabilite “dal mercato”. Chiedete consiglio al driver, alla guida o in hotel.
  • Prima di prendere un cocktail con il ghiaccio, chiedete se usano acqua distillata.
  • Portate con voi dei calzini di ricambio, vi potranno servire per entrare nei templi, evitandovi così di camminare a piedi nudi.
  • Cose che non potete non portarvi: scarpe comode e un’ottima reflex.
  • Io sono partita dall’Italia con 200 penne, evidenziatori ed elastici: farete felici i bimbi anche solo con una matita, in cambio loro vi regaleranno il loro migliore sorriso!
  • Si lasciano fotografare volentieri, ma non dimenticate di ringraziarli con un gesto della mano e un sorriso: non ve ne pentirete. Alcuni non gradiscono le foto, vedrete che si girano dall’altro lato o si coprono il volto: rispettate la loro intimità.
  • In alcuni templi, vedrete che ci sono braccialetti appesi: sono desideri espressi. Se volete farlo, portatevi dietro un filo di cotone ma (e questo vale per le donne) non potrete partecipare se avete il ciclo, per la religione induista siete impure.
  • Le condizioni igieniche sono carenti, ovviamente, evitate di mangiare frutta non sbucciata o verdure crude. Per carità, ci sono le persone che lo fanno, noi abbiamo evitato perché non volevamo rovinarci il viaggio per lo sfizio di mangiare un peperone crudo.
  • Vi offriranno il the nei negozi e negli hotel: potete berlo se vi piace, è fatto con acqua bollita quindi non vi creerà disturbo. Se rifiutate, sappiate che alcuni possono offendersi. Magari accettate e bevetene qualche sorso: è la loro tradizione e bisogna rispettarla.

Questo è il racconto del viaggio più intenso che abbia mai fatto e del dono più grande ereditato dai miei genitori: l’amore per i viaggi.

Vi auguro di viaggiare sempre, ogni volta che potete e di trovare in ogni vostro viaggio i colori e i sorrisi che io ho trovato in India.

Vi auguro di poter, un giorno, visitare questo fantastico paese e di non dimenticarlo mai.

Giada di Mamma e figlia in cucina

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Il Taj Mahal ormai affollato

 

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